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Sport e scuola? Alleati e non avversari

pubblicato 21 ott 2011, 00:04 da Giovanni Corrado   [ aggiornato in data 21 ott 2011, 00:08 ]

Il convegno Organizzato dal "Respighi": Guerra, Boni, D'Amato e gli altri spiegano come si forma un campione.

Il convegno organizzato dal liceo "Respighi" per celebrare il rinnovo della convenzione con il Coni si è rivelato un bel momento di educazione sportiva. Sul palco dell'aula magna del "Marconi", infatti, si sono passati il testimone ben dieci campioni nostrani.
Scuola e sport Il primo tema lo introduce il dirigente scolastico del "Respighi", entrando in un campo da sempre molto controverso. Scuola e sport sono complementari o in antitesi? «Il rinnovo del nostro accordo con il Coni - sostiene Licia Gardella - arriva in un momento strategico, proprio mentre si prospetta una riforma scolastica della scuola secondaria che vedrà l'attivazione di un indirizzo sportivo all'interno di tutti i licei scientifici. Una cultura sportiva forte, del resto, può solo migliorare e rendere ancora più preparati i nostri ragazzi».

Il paradigma migliore, a tale proposito, è costituito da Laura D'Amato, che a settembre ha vinto l'oro ai campionati italiani di canottaggio solo quattro giorni dopo aver consegnato la propria tesi di laurea in Economia e scienze sociali. «Lo sport - afferma l'atleta della Vittorino - aiuta a organizzare il proprio tempo e a focalizzarsi su un obiettivo, spingendo a perseverare in tutti i campi. Io, per esempio, ho continuato a studiare anche dopo essermi diplomata al "Respighi", tanto che domani (oggi, ndr) mi laureo».
Testa e carattere Lo spunto lo introduce Enrico Campolunghi, tra le altre cose preparatore atletico e mental coach Iron Man. «Uno studio inglese - afferma l'allenatore - ha stimato che l'aspetto mentale può influire fino al 57% sulle prestazioni di uno sportivo. Prendiamo il caso di una mia atleta come la Bronzini: Giorgia riesce a trasformare la rabbia in qualcosa di positivo, non le si annebbia la mente. Solo così, del resto, si possono conquistare due mondiali di seguito, visto che le prime 4 o 5 cicliste al mondo si equivalgono a livello prestazionale e alla fine vince solo chi riesce a trovare quel quid in più». Poi tocca a un campionissimo come Mario Boni. «Quando entro in una sfida - dichiara il cestista - provo una sensazione unica ed è proprio per questo che a 48 anni non ho ancora smesso di giocare. Sin da bambino non mi tiravo mai indietro, in qualunque sport, e questo mi portava spesso alla vittoria: alla fine era la mia rabbia a fare la differenza».
Infortuni e cadute Nello sport, anche per i campioni, non ci sono solo trionfi. Gli infortuni sono sempre dietro l'angolo, ma a volte possono rivelare a un atleta il campo in cui eccellere. E' questo, per esempio, il caso dell'iridato Alessandro Cremona, che è passato alla motonautica solo dopo un grave guaio fisico che lo ha costretto a smettere di giocare a calcio. O di Giulia Rossetti, la quale ha praticato danza, pallavolo ed equitazione, prima che un infortunio la portasse a provare l'atletica, con cui a 17 anni ha già vinto due titoli tricolori nel lancio del martello. Poi esistono infortuni che, nei giochi di squadra, fanno scoprire il valore umano di un gruppo, come nel caso di Chiara Scarabelli, le cui compagne si sono scritte sul braccio il suo soprannome nel corso dei recenti mondiali Juniores vinti dalla nostra Nazionale. Infine ci sono cadute metaforiche che spingono a reagire e a continuare in una società, per riscattarsi. «Sono davvero contento di essere rimasto al Piacenza - afferma il bomber biancorosso Simone Guerra - perché dopo la retrocessione e lo scandalo scommesse mi ero ripromesso di rimanere e di riportare la mia squadra del cuore ai livelli che le competono».
Il ruolo dell'allenatore Quanto è importante un tecnico per vincere? «E' l'atleta ad avere i meriti maggiori - sostiene Giovanni Baldini, allenatore d'atletica leggera -, non il preparatore. Il secondo deve solo cercare di valorizzare al meglio le caratteristiche del primo, tanto che il bravo allenatore è quello che alla fine dell'anno ha sbagliato di meno». «Il compito fondamentale di un tecnico - prosegue Carlo Orlandi, allenatore degli avanti azzurri di rugby - è quello di creare entusiasmo in un gruppo, adattandosi alle esigenze del momento. Non capisco, poi, chi sbraita durante un match: per me è solo un esibizionista. Le partite si preparano in settimana e alla domenica si vedono i risultati».
Matteo Eremo


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