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FESTIVAL DEL DIRITTO

pubblicato 17 dic 2010, 08:24 da Giovanni Corrado   [ aggiornato in data 17 dic 2010, 08:39 ]
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Shirin Ebadi: fonte e sole

di DILETTA MILANA
Iraniana, avvocato, docente universitario, esperta di legge, scrittrice, premio Nobel… Eppure non fa una piega, Shirin Ebadi mentre la sua affannosa ma già celebre vita viene riassunta in pochi ma altisonanti titoli dal sindaco di Piacenza Roberto Reggi. Siamo nella sala della Giunta del comune di Piacenza, in occasione della conferenza stampa che la vede protagonista (insieme alla sua fedele traduttrice, un biondo e sorridente dizionario in persona) indetta per le ore 10 di venerdì 24 settembre 2010. Ci dimostra di sentirsi perfettamente a suo agio con noi mentre ride insieme a noi del litigio tra la sua interprete e la parola "istintivamente" o mentre si offre di versare un bicchiere d'acqua al primo cittadino. Quest'ultimo usa peraltro un termine esatto nella sua breve introduzione: modello. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci dimostri che si, è possibile, ma no, non è facile. Questa idea si avvicina molto a quella espressa da Anna Maria Fellegara all'inaugurazione del festival, che si era richiamata alla prima legge di Newton: "Un corpo mantiene il proprio stato di quiete se non è sottoposto ad alcuna forza che gli permetta di passare allo stato di moto o viceversa".
Allo stesso modo, abbiamo bisogno di una "spinta" per porci delle domande che fanno paura, per sopportare e stringere i denti aspettando il tanto agognato risultato. Non è questa la sede per parlare approfonditamente delle taglienti offese, dei quasi invalicabili ostacoli e dei grandi successi di Shirin. Ciò che più mi ha colpito della mattinata trascorsa in sua compagnia, sono stati i suoi occhi di ghiaccio, il suo sguardo attento ma estremamente diffidente e la pazienza dei suoi gesti. Non riesco a percepire orgoglio nei suoi occhi, quando riporta alla luce il ricordo del momento in cui ha concepito la creazione della Ong per la difesa gratuita di imputati politici, né quando parla dei 600 ragazzi iraniani a cui, grazie al suo intervento, viene insegnato a leggere e scrivere, né quando cita la prima hotline da lei creata per aiutare i minori iraniani. Non sento la soddisfazione di chi ha raggiunto un traguardo importante quando mi spiega che il premio Nobel è per lei un ringraziamento da parte di tutte le donne che le ha tra l'altro aperto molte porte. Non c'è coraggio nei suoi occhi quando ci spiega che la paura è solo un istinto che l'uomo non può rifiutarsi di percepire ma che può imparare a governare, com'è stata costretta a fare lei a contatto con situazioni che lo meritavano tutto, un brivido lungo la schiena. Non c'è la dolcezza o la malinconia di ricordi lontani nei suoi occhi mentre ricorda come il padre, (docente di diritto) insegnandole la parola "giustizia" sin da piccola, le aveva fatto amare la legge al punto da voler diventare un giudice per "esserne garante". Non vedo amarezza o rabbia nei suoi occhi quando racconta di quando è stata incarcerata per aver difeso un gruppo di studenti iraniani attaccati dalla polizia. No. I suoi occhi sembrano dire: "Ho affrontato tutto questo perché DOVEVO farlo, perché era mio dovere". Tuttavia, Shirin Ebadi non è soltanto un maestoso marmo bianco scolpito da difficoltà, sofferenza e coraggio. La sera stessa, nel salone del Palazzo Gotico, tiene la sua conferenza ufficiale nella quale una lunga parentesi è dedicata a una tragica ma paradossale elencazione di discriminazioni. E allora eccola quell'indignazione, amara come un antico rancore sul quale tante, troppe lacrime sono state sparse che sgomita per tornare sotto le luci della ribalta, iniettare gli occhi di Shirin mentre racconta di come una donna musulmana debba soddisfare qualsiasi desiderio sessuale del marito, di come un uomo che sorprende la moglie a letto con un altro abbia il DIRITTO di uccidere personalmente entrambi, di come le più alte cariche dello stato possano essere rivestite soltanto da un uomo musulmano, di come sempre un musulmano possa prendere in moglie una donna non musulmana ma avere garantita la cittadinanza dei figli, mentre per fare lo stesso una donna debba richiedere l'autorizzazione al ministero degli affari esteri senza ricevere nessuna garanzia, di come se tra gli eredi di un defunto non musulmano c'è un musulmano egli eredita tutto, di come se un musulmano uccide un cristiano ha 3/10 anni di reclusione, su un cristiano uccide un musulmano viene giustiziato.
Ora vorrei soltanto svegliarmi, soltanto poter ridere. Vorrei soltanto poter credere che non sia vero che ci sono uomini al mondo che respirano aria e pazzia, che si arrogano il diritto di fare legge e di decidere della vita e della morte di esseri umani su cose che soltanto Dio, forse, può giudicare. Ma di una cosa sono certa: non finisce qui. Un giorno questi racconti saranno soltanto favole lontane per spaventare bambini che si ostinano a non mangiare la verdura. Un giorno, la democrazia arriverà in Iran attraverso le mani delle donne. Io, e Shirin, siamo in attesa di quel giorno. Voi?

Liceo Scientifico L. Respighi
"Il Buco"

del 16/12/2010

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Giovanni Corrado,
17 dic 2010, 08:26
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